Ophidia
Ophidia è una chimera, un’estasi, un turbamento. Una dea-donna in cui la metamorfosi è ormai compiuta, vittima del morso di un serpente che s’insinua nei capelli, si avvolge intorno alla sua gola e l’addenta al collo. Volto dolce, testa reclinata languidamente, occhi socchiusi e bocca semiaperta. La sua sensualità è espressa non solo in quelle labbra, ma in tutto il suo essere così forte ma flessuoso. Nell’opera il rimando non è solo verso la simbologia religiosa, ma anche verso l’espressione estatica in cui si condensa quella tensione fra dolore e piacere che contraddistingue ogni vera esperienza mistica. Ophidia e il serpente sono la stessa cosa e condividono il potere che divora e rigenera se stesso, la natura ciclica delle cose che ricominciano dall'inizio dopo aver raggiunto la propria fine, l'energia universale che si consuma e si rinnova all’infinito.








